Le scalette della salita San GiuseppeNovantaseimila euro sotto sequestro e tre persone indagate.

Le inchieste sui rimborsi post sisma, a quasi quattro anni dal terremoto aquilano, proseguono.
Dopo le truffe scoperte dalla magistratura teramana nei comuni di Controguerra, Corropoli e Canzano, eccone un’altra che tocca Isola del Gran Sasso.

Un’indagine che, come le altre, porta la firma del sostituto procuratore Stefano Giovagnoni ma che si discosta dalle precedenti per le modalità con le quali sarebbero state raggirare regole e normative.

Se per Controguerra, Corropoli e Canzano il cuore dell’attività investigativa stava tutto nelle richieste di rimborso per danni (a case private ed edifici pubblici) inesistenti o non legati al terremoto, per Isola del Gran Sasso la situazione è un po’ diversa e più complessa. Gli accertamenti che ha voluto e dovuto fare la Procura di Teramo, che si è avvalsa del lavoro della Guardia di Finanza, sono stati minuziosi ed hanno interessato anche gli uffici comunali.

Un’attività che ha richiesto molto tempo, per questo solo ora, a distanza di tempo dall’avvio dell’inchiesta, sono arrivati i primi provvedimenti della magistratura. Una truffa che per il pm Giovagnoni ha permesso a due società edilizie teramane di mettere in cassa soldi non dovuti, grazie anche all’aiuto di un impiegato comunale. Così, la Procura ha chiesto il sequestro di quasi centomila euro sui conti correnti personali di un imprenditore indagato.

Il gip Domenico Canosa ha accolto la richiesta e pochi giorni fa le Fiamme Gialle hanno congelato l’ingente somma. Tre persone sono state iscritte nel registro degli indagati: due imprenditori, titolari di due diverse società di costruzioni, ed un impiegato del Comune di Isola (padre, tra l’altro, di uno degli imprenditori). La posizione più seria, da un punto di vista penale, è proprio quella di padre e figlio (D.T. e A.T. le iniziali dei loro nomi); più defilata, invece, la posizione dell’altro costruttore. Per D.T., impiegato comunale, l’ipotesi di reato formulata dal magistrato è di abuso d’ufficio. Per gli altri due indagati è di truffa aggravata, tentata truffa e falso. Il sequestro di 96mila euro è avvenuto sui conti correnti personali di A.T.

Abitazioni lesionate dal sisma e ricadenti nella categoria “A” (quelle con danni accertati inferiori ai diecimila euro). Queste le situazioni finite sotto la lente di ingrandimento della magistratura all’interno del territorio di Isola del Gran Sasso. Ciò che hanno voluto verificare gli inquirenti (a differenza delle altre inchieste) non è stata la presenza o meno di lesioni da sisma, ma le anomalie rilevate in molte delle oltre 200 domande avanzate dai privati al Comune per i danni subiti. I proprietari di case danneggiate dal terremoto del 2009 hanno infatti avuto la possibilità di presentare la domanda all’Amministrazione, correlata di perizia tecnica, per poter accedere ai finanziamenti destinati alle ristrutturazioni per categoria “A”. Le domande venivano vagliate dal tecnico preposto, cioè D.T., che dava il via libera permettendo così alle aziende di iniziare i lavori. Lavori che, in 51 casi su 200, sarebbero stati eseguiti proprio dalla ditta di A.T. a ritmo serrato.

Secondo la magistratura, il padre dell’imprenditore avrebbe agevolato l’ingresso del figlio nell’attività delle ristrutturazioni ammesse a finanziamento tramite piccoli escamotage burocratici. Non solo: negli accertamenti condotti dagli inquirenti, è emerso che l’azienda dichiarava un costo dei lavori superiore al reale, guadagnando così, indebitamente, piccole somme su ogni lavoro edilizio eseguito. Mille, duemila euro in più per ristrutturazione: cifre modeste, ma che sommate, stando alla magistratura, avrebbero permesso alla ditta di A.T. di incassare illecitamente 96mila euro (somma appunto sequestrata).

In alcuni casi, l’azienda avrebbe anche giustificato i costi dei lavori con voci che non combaciavano con la realtà: ad esempio l’allestimento di ponteggi mai collocati perché non necessari ad eseguire una determinata ristrutturazione. Nei confronti dell’altro imprenditore indagato ci sarebbero stati episodi per lo più di tentata truffa, avendo dichiarato costi di poco superiori a quelli realmente sostenuti.

Le somme per sistemare le case lesionate erano state messe a disposizione dalla Cassa depositi e prestiti. Soldi pubblici che non passavano per le mani dei privati ma che venivano incassati dalle aziende ammesse ad eseguire i lavori solo dopo la fine degli stessi. L’inchiesta non è ancora chiusa, anche se ormai sembra essere agli sgoccioli.

Fonte: Veronica Marcattili – La Città Quotidiano