Raduno Selenyj YarLe temperature vicine allo zero e il rischio neve non li hanno tenuti lontani. Erano di nuovo in diecimila, ieri, a sfilare con il cappello alpino in testa tra il centro storico di Isola del Gran Sasso e il santuario di San Gabriele. E altre migliaia di persone – parenti, amici, semplici curiosi – intorno ad applaudirli. Il raduno più imponente che si svolge in Abruzzo ha confermato i suoi grandi numeri anche in uno dei giorni più freddi dell’anno. Una mattinata gelida, illuminata però da un sole e da un cielo terso che facevano risaltare la straordinaria bellezza della catena del Gran Sasso e i colori della lunga, interminabile sfilata degli alpini.

E’ stata la ventunesima edizione della commemorazione dei caduti con la penna nera organizzata dall’Ana (associazione nazionale alpini) abruzzese. Un evento nato in sordina tra i soci Ana di Teramo e dintorni, celebrato inizialmente da pochi intimi e poi cresciuto come cresce una valanga che scende lungo un pendio. Anche se lo spirito è quello di ricordare i caduti di tutti i Corpi e tutte le guerre, anche se il motore di tanta partecipazione è il senso di appartenenza che la “naja” negli alpini ha lasciato in eredità a generazioni di abruzzesi, la manifestazione intende perpetuare la memoria di quello che furono capaci di fare gli alpini abruzzesi in Russia. Il sacrificio del battaglione alpini L’Aquila, che sull’ansa del Don, tra il dicembre 1942 e il gennaio 1943, si battè contro l’armata rossa – superiore nel numero, nelle armi e nell’equipaggiamento – per coprire la ritirata del corpo di spedizione italiano, e ottenne il risultato a un prezzo enorme (di 1.700 che partirono tornarono in Italia in 150), era stato dimenticato per decenni. Annegato nell’oblio che l’opinione pubblica riservava a una guerra sbagliata e perduta. Ma se la guerra era sbagliata, non poteva essere cancellato chi l’aveva combattuta facendo il proprio dovere fino in fondo. Così il sacrificio del battaglione l’Aquila nel quadrivio insanguinato di Selenyj Yar è stato “ripescato” e rivalutato dall’Ana. Ed è diventato l’occasione di un raduno grandioso, che man mano coinvolge sempre più gruppi alpini – non solo della nostra regione. Ieri a sfilare c’erano tanti gruppi del Nord alpino e del Centro-Sud (Marche, Lazio, Molise, Campania), ai quali è seguita l’autentica “orda” di gruppi abruzzesi. Decine e decine, dietro i loro striscioni. Non finivano più. Una parata dal sapore militaresco? Una prova di forza venata di insane nostalgie? Macchè. L’evento di Isola è tutt’altro. A starci dentro si respira il profumo dei valori veri. Amicizia, solidarietà, spirito di servizio. Tant’è che a sfilare sono anche i volontari e le volontarie della protezione civile dell’Ana. Gente che, nell’anno appena trascorso, ha messo a disposizione gratis il proprio tempo e la propria energia per aiutare i terremotati dell’Emilia.

L’alpino più illustre a sfilare è stato Franco Marini, ex presidente del Senato, non nuovo alla partecipazione al raduno di Isola. Ma, giustamente, Marini se n’è stato abbastanza in disparte. I veri ospiti d’onore erano i reduci alpini dell’ultima guerra. Seduti l’uno accanto all’altro sul palco, salutati con affetto da tutti. A ritrovarsi ieri sono stati due ex commilitoni della compagnia 108 del battaglione L’Aquila, due scampati all’inferno di Selenyj Yar. Valentino Di Franco di Isola del Gran Sasso e Giovanni Rosati di Cappelle dei Marsi, entrambi classe 1922, si sono messi a parlare e non si fermavano più. Alla faccia dei 91 anni, ricordavano con una precisione incredibile nomi ed episodi della battaglia. All’unisono rievocano la scena dell’alpino Stornelli che si offre volontario per uscire dalla trincea e andare a vedere cosa c’è oltre la cresta più vicina, e dopo pochi passi viene falciato da una mitragliatrice. E ricordano le lacrime del sottotenente che aveva chiesto ai suoi di fare quella perlustrazione. Rosati dice a Di Franco: «Con me c’era un Alberto Di Franco, era tuo parente?». Valentino replica: «Era mio cugino, quando andò in Russia aveva già una figlia». Rosati: «Sì, lo so. L’ultima volta che l’ho visto ci stavamo ritirando, lo trascinavo per un braccio e lui mi ha detto: “Io non ce la faccio più, se ti puoi salvare, tu sàlvati”. Rimase nella neve, poco dopo arrivarono i russi. Che fine ha fatto?». Di Franco: «Anni dopo ho fatto delle ricerche, morì in un campo di prigionia nell’aprile del ’43».

Sul palco c’è l’aquilano Carlo Vicentini, già presidente dell’unione reduci di Russia, e c’è anche un reduce trentino, Lino Gobbi. Ma non ci sono solo combattenti del fronte russo, com’è giusto che sia. Ad assaporare l’orrore della guerra è stato anche Giustino D’Orazio, pure lui del ’22, di Bisenti. Tiratore scelto della compagnia 93 ha combattuto in Francia e sul fronte slavo, contro quelli che chiama «i ribelli». Anche il suo racconto è ricco di particolari. Ferito da una granata, fa un mese di ospedale a Gorizia. La sera del 7 settembre del ’43, un ufficiale lo informa dell’armistizio imminente e gli dice: «Ora ognuno si arrangi come può». Lui torna a piedi da Trieste a Bisenti, evitando le città e mettendoci otto giorni.

Mentre i gruppi sfilano verso il santuario, dove a chiusura del raduno si celebrerà la messa in suffragio dei caduti, a Valentino Di Franco – che dalla Russia è tornato con entrambe le gambe amputate causa congelamento – ridono gli occhi. Sulla sua sedia a rotelle sembra un uomo felice, e se glielo fai notare ti risponde: «Felice? No, felicissimo. Perché la mia vita, e quella degli altri che sono stati laggiù, è stata come la Divina commedia: prima l’inferno, poi il purgatorio, poi il paradiso. Sì, a novant’anni mi sto godendo il paradiso».