La Comunità Montana pignora i passionisti per 870mila euro mai restituiti.
Ultimo atto di una controversia per l’esproprio dei terreni destinati al centro commerciale.

Sarà un caso, ma proprio mentre in Parlamento naufragava il timido tentativo “laicista” di far pagare alla Chiesa l’Ici sugli immobili ad uso commerciale, a Isola del Gran Sasso la Comunità Montana faceva notificare un pignoramento dei beni dei frati del santuario di San Gabriele. Ultimo, ma quasi certamente non definitivo atto di una lunga guerra giudiziaria tra l’ente pubblico e la “Provincia di Maria Santissima della Pietà”, l’ente religioso da cui dipendono i padri passionisti. In questo caso il laicismo non c’entra, ma come nella questione dell’Ici c’entrano i soldi, un bel po’ di soldi.

Per l’esattezza 870.000 euro che, forte di una sentenza del tribunale, la Comunità Montana reclama dai frati (e con loro dall’Editoriale Eco di San Gabriele, la società che edita il diffusissimo mensile dedicato al santo). I passionisti, ritenendosi nel giusto, non ne vogliono sapere di pagare, ma a questo punto c’è il pignoramento e gli ufficiali giudiziari, pur con il dovuto rispetto per la venerata congregazione, lo dovranno “laicamente” eseguire.

La storia inizia negli anni Ottanta quando la Comunità Montana espropria il terreno agricolo di proprietà dei frati per costruirvi, con i fondi della Cassa del Mezzogiorno. un centro commerciale – peraltro mai entrato in funzione – per ospitare negozi ed esercizi pubblici a servizio dei pellegrini. Il terreno venne pagato 4 euro al metro (all’epoca poco meno di ottomila lire) in base alla stima dell’Ufficio tecnico erariale.

I frati si opposero. La cifra sembrava loro troppo modesta ed ottennero una nuova stima dalla corte d’appello, che stabilì un valore del terreno molto più alto, pari agli attuali 55 euro al metro quadro. “Il consulente tecnico della corte d’appello, ricorda adesso e non senza polemica il presidente della Comunità Montana Alfredo Di Varano, “fece la stima senza tenere conto del valore medio dei terreni circostanti, ma sulla base di una compravendita fra la Provincia di Maria Santissima della Pietà e l’Editoriale Eco: un po’ come se io vendessi un terreno a mia moglie”.

Fatto sta che la corte d’appello condanna la Comunità Montana a pagare 870mila euro e per far pronte alla spesa l’ente deve contrarre un mutuo ventennale. La cosa però non poteva finire lì e infatti la Comunità ricorre in Cassazione, che nel 2002 annulla la sentenza della corte d’appello riconoscendo la stima dell’Ute. Quindi è la volta del tribunale civile di Teramo che con una recente sentenza impone ai passionisti di restituire i soldi, ma loro non lo fanno: anzi, ricorrono in al Tar e attendono che venga scritta anche quest’ultima (forse) pagina giudiziaria. La Comunità Montana, allora, decide di far partire il pignoramento.

I frati replicano presentando un esposto

“Ci saremmo aspettati che il presidente avesse fatto un comunicato per annunciare, finalmente dopo 15 anni, l’apertura del centro commerciale di Colledara. Invece, dal 1992 il centro, realizzato con denaro pubblico, è inutilizzato, danneggiato e devastato dai vandali e dalle intemperie”. E’ la caustica risposta dei padri passionisti al Presidente della Comunità Montana; una risposta che ribadisce la loro contrarietà alla modalità dell’esproprio dei terreni ed all’esito della vicenda giudiziaria, esito peraltro non ancora definitivo visto che, come ricordano gli stessi religiosi, pende ancora un ricorso al Tar.

In ogni caso, visto quello che loro considerano lo sperpero di denaro pubblico per un centro commerciale mai aperto, i frati annunciano: “Abbiamo deciso di presentare un esposto a tutte le autorità amministrative e di controllo perchè indaghino sulla vicenda, anche al fine di comprendere come sia possibile da un lato che il centro commerciale rimanga ancora oggi inutilizzato, dall’altro come non si voglia nemmeno indennizzare e/o risarcire chi ha subito l’espropriazione (addirittura non conclusa) dei terreni, aggravando gli oneri per la pubblica amministrazione, con gravissima e inescusabile responsabilità di chi amministra la cosa pubblica”.

 

Fonte: Il Centro