Narrazione di Buccio da Ranalli
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Composizione poetica di Buccio da Ranalli, in cui si narrano le vicende del popolo Aquilano durante la nascita della cittÃ

Correa li anni Domini, dicovi in mio latino,
Duecento settanta cinque; non fò né più né mino.
In quillo tempo uno homo fo molto nominato;
Misser Nicola dell'Isola in Aquila fo chiamato;
Nanti che quillo foxe cavalero nominato
Multo era amato in Aquila, che era appopolato.
Era capo del popolo, et non lassava fare
May torto allo communo, che sapea contrariare;
Altro che lo dovero non lassava pagare;
Quisto fo homo sempre da deverese laudare!
Se alcuno capitano torto fare voleva
Ad homo o ad castello, quillo lo reprendeva;
Pagare non lassavali set non quello che doveva;
Nullo homo più che lui in corte non faceva.
Vedendo il capitano che era tanto amato
Et era dallo popolo a tutt'ore accompagnato,
Convenea che tacesse quello che li era ad grato;
Li granni no poteanonci; si che era invidiato.
Un jorno fece fare un granne adunamento;
Lui se levò in popolo et fè quisto parlamento;
Dixe:" Signuri, dicovi dello meo intendimento:
Queste rocche de intorno fao grande impedimento.
Levete le coragera et giamole ad derrupare,
Et quello che è facto non averemo ad fare!
Nullio signore saccio che possa contrariare;
Se facto è, collo re ben l'haverr accordareemo!"
Ad una voce respusero: "Sia incontanente facto!"
Rocca non ce rimanga intorno per nullo acto!
Fa che te mitti innanti, nui te sequemo ratto!
Chi lo contrario dice da nui serrà desfacto!"
Verso Ocre se nne gero et si llo desertaro;
Poy gero a Lleporanica et si lla deguastaro;
Lo castello de Pizolo ad terra lo mandaro:
Preturo et la Varete per terra lo gettaro.
Non posso ricontare tucte le altre castella
Che gero a derrupare coll'oste grossa et bella,
Ca solo a ccontar questo fora longa novella;
Poy retornaro in Aquila coll'armadura ad sella.
Poi che loste revenne et foro no Mercato,
"Viva lo re!" Nicola, "viva!" abe gridato;
Tucti li altri gridaro con gran stolo adunato:
"Viva lo re!" gridando "et Nicola prejato!"
Una logia fo facta in pianza immantenente;
Cavalero de popolo fo facto alegramente;
Fovi facta gran festa et fovi multa gente,
Et multi alegri forone et altr'è ben dolente.
Quilli che male li volsero allo re lo accosaro;
Dixero che lo re non ce è tenuto caro
Quando misseer Nicola; et così lo provaro:
Sensa misser Nicola non potea aver denaro.
Per lo male che fece Aquila, che guastò la castella
Sensa commandamento, allo re annò novella
Chi per misser Nicola, l'Aquila se rebella;
Lo re, odendo questo, per traditore lo appella.
Lo re mandò lo figlio, cioè Carlo Martello;
Era re d'Ongarìa et virtuoso et bello;
Vicario era dello re quisto nobil jovencello;
Et venne in questa terra collo core multo fello.
Re Carlo comandòli che occidere facesse
Misser Nicola dell'Isola per quale via potesse;
Poi che se seppe in Aquila che questo re venesse,
Fo dicto ad miser Nicola che no vi sse figesse.
Misser Nicola disse: "Se dovesse morire,
Jamay al mio signore intendo de fugire".
Fece una gran brigata ad cavallio vescire
Colle bannere in mani, et volse per lui gire.
Poy abe de pedoni multe et multe milliara
De quilli che tenìano la soa persona cara;
Stavano appresso a llui, nullo se llì accostava,
Trecento cavaleri, per fareli una bara.
Quando venne lo re in Aquila, lui li uscì innanti
Con quisti cavaleri et con seymila fanti;
Plu volte appressemòseli, facendo festa et canti:
"Viva lo re d'Ongaria!" gridamdo tuctiquanti.
Dixe lo re d'Ongaria:"Mal n'agia lo male dire!
Quisto non è traditore, secondo lo mio parire;
Anco me par liale homo da nui servire;
Si che quisto non pareme da farelo morire!.
Lo re ad San Dominico allora se pusao,
Et abbe bono cossillio da quello che se fao:
"Però che lo mio signore a me me comandao
Che lla persona tollali per quello che fatt'ao".
Fo dato per consillo che lo mande chiedendo,
Che vennga con quatro homini, et più con lui non iendo:
"Et farray lo comando de tuo padre, obedendo".
Lo re mandò per lui in quisto modo, intendo.
Quando odìo lo comando che lo re li mandò,
Misser Nicola subito verso lui se abiò,
Più che tremila fanti 'co illo se menò;
Quando foro veduti undeuno se senò.
Dixe lo re a quilli che li stavano da lato:
"Che è quello che ogio? Che remore è levato?
Sacciate quel che è". Quilli l'ànno spigiato;
Dixero che gran gente Nicola à accompagnato.
"Dicono che non se parto senza misser Nicola,
Et quilli che l'accusano mentono per la gola;
Chè lui è più legale che fin'oro de cola,
Et de omne gran lianza porrìa tenere scola".
Non vede lo portuto lo re de fare vendetta,
Ch'era si gran remore dello popolo che aspetta;
Alcuni coselliarely: "Non credere ad parletta!
Chè multi ne son captivi per invidia che ànno strecta".
Lo re lo chiamò et dixe:"Misser Nicola mio,
Tu ei multo accusato da alcuno homo rio;
Ma non serìi sì amato dallo popolo tio
Set non fuscy liale allo re Carlo pio.
Io non vorragio credere alla accusa che avete;
Or vi portate bene in qualunca parte sete".
"Et vui, con reverentia, signore, non credete
Alli mali diceturi, ma fate che volete".
Mille anni se lli fece lo avesse licentiato,
Però che allo re era multo accusato;
Uscìo fore alle genti che lo aviva aspettato,
Et subito un presente allo re abe mandato.
Vedendo poi lo re che non poteva fare
La cosa per que venne, se ci mise a pensare:
"Se de questo me scopro et no llo posso fare,
Con altro che vitupero non possa retornare".
Pure ad miser Nicola bona vollia mostrao;
Fece sapere la partenza, lo di che senne annao;
Lo bon misser Nicola allora lo presentao
Da parte dello commune, et ipso lo pillao.
Fi a Bazano lo scorse con grande compagnìa
Che era adsay majure che quella che re avìa;
Poy li fè referentia et da lui se partìa;
Lui se tornò in Aquila, et re pilliò soa via.
Da poy che fo ad Napoli, recontò soa novella;
Lo re lo mottiò, chè no lli parse bella,
Et dixeli che aveva core de femmenella;
Et lui lo sofferìo como una donzella.
Missere Gentile de Sanguero fo gran barone nomato
Poi capitano fo facto; in Aquila fo mandato
A ppetetione de Rojani, et foli commandato
Che prende miser Nicola et allo re sia menato.
Misser Nicola sappelo; quando venne, figìo:
Ad una villa de Vagno privatamente gio;
La gente dereto corseli de poi che lo sentìo;
In Aquila remenarolo come se foxe Dio.
Remiserolo in la terra chè non se inserra porte,
Et stava nella Torre all'onta della corte
Che no lli potea offendere: contanto stava forte
De Vagno et de Paganica et d'altre gente adorte!
Abitava nella Torre, come vi agio contato;
Tucto dì aveva la corte como re foxe stato;
Dallo generale d'Aquila plu che re era amato:
Pagare uno denaro non averìa lassato.
No lli potendo offendere, li inimici pensaro
De farelo attossecare; et questo operaro;
Tre jorny morto tennerolo, che no llo sotterraro;
Non fo facto mai in Aquila un corrutto sì amaro!
Femene più de mille vi forono scappillate,
Gevanose pelanno, colle guancie raschiate;
Tucti li homini gevano con teste scappucciate,
Pelannose tucti como chi perde figlio o padre![...]








