Prosciuttificio Gran SassoAllarme dei sindacati: a fine anno si ferma l’attività, vanno a casa 82 lavoratori Lo stabilimento di Colledara fa parte del gruppo del prosciutto di Parma.

Chiude un altro gioiello del sistema produttivo teramano, il prosciuttificio del Gran Sasso di Colledara. Il fermo del moderno stabilimento avverrà alla fine dell’anno, ma già è stato firmato un accordo per la messa in cassa integrazione straordinaria degli 82 dipendenti e per una mobilità solo su base volontaria, a cui hanno aderito per ora solo un paio di persone.

La perdita non è di poco conto. Lo stabilimento, inaugurato nel Duemila, è completamente automatizzato e robotizzato. La superficie coperta di 14mila metri quadri ha una capacità produttiva di 16.500 prosciutto a settimana. L’impianto produttivo di Colledara – che ha collaborato, dando la possibilità di fare tirocini in azienda, anche con l’università di Teramo – fa parte di un grande gruppo specializzato nella produzione di prosciutti di Parma, la Crudi d’Italia. Si tratta di un gruppo, di proprietà dei fratelli Paolo, Stefano e Lina Benassi, che ha altri due stabilimenti: uno a San Vitale Baganza, proprio nel cuore della zona tipica di produzione del prosciutto di Parma, acquistato dall’Aba prosciutti nel 1986 e la Luppi Alimentari, sempre nella stessa località, acquisito nel 2005. In totale il gruppo ha una capacità produttiva di più di un milione di prosciutti all’anno ed esporta oltre che in Europa, anche in Cina, Australia, Giappone, Stati Uniti e Brasile.

«Il gruppo è entrato in crisi», spiegano Corrado Peracchia, segretario della Flai Cgil e Feliciantonio Maurizi della Fai Cisl, «perchè ha difficoltà di carattere finanziario: le banche pongono condizioni che non riescono più a sostenere. Ecco perchè noi riteniamo che ci possano essere possibilità di recupero. Infatti non ci sono problemi di mercato, a parte un lieve ed ininfluente calo dei consumi: loro esportano anche negli Usa. Anche negli altri due stabilimenti in Emilia Romagna il gruppo ha fatto ricorso alla cassa integrazione straordinaria». I sindacati hanno lanciato un appello all’assessore regionale al lavoro Paolo Gatti, a quello provinciale Eva Guardiani e al sindaco di Colledara Giuseppe Di Bartolomeo.

I sindacati hanno chiesto l’apertura, in tempi brevissimi, di un tavolo istituzionale «a seguito del perdurare di una grave crisi finanziaria e del precipitare degli eventi che, per ammissione degli amministratori Andrea, Lina e Paolo Benassi, condurranno alla pressoché certa chiusura dello stabilimento, con conseguente perdita di 82 posti di lavoro diretti, oltre all’indotto di difficile quantificazione». I sindacati chiedono il coinvolgimento dei ministeri del Lavoro e delle Attività produttive «finalizzato all’individuazione di un’alternativa industriale solida e credibile che possa scongiurare la chiusura del sito produttivo e possa garantire la salvaguardia dei livelli occupazionali». In effetti i fratelli Benassi hanno parlato di qualcuno intenzionato a rilevare almeno parte dell’attività, ma al momento pare non ci sia nulla di concreto. Si vocifera della possibilità di mantenere a Colledara solo il dissosso, eliminando le fasi produttive precedente, cioè la salagione e la sognatura.

Comunque sia, i sindacati lanciano l’appello a salvare una realtà importante, soprattutto dal punto di vista occupazionale «visto anche che l’età media dei lavoratori varia dai 40 ai 50 anni, non ci sono soluzioni di aggancio alla pensione. Il tutto in un’area montana in cui le alternative occupazionali sono ancora minori».

«Sulla vicenda mi tiene costantemente informato l’assessore Guardiani», risponde l’assessore Paolo Gatti, «e faremo tutto il possibile per trovare delle soluzioni, attivando anche tavoli in Regione e con il ministero».

Fonte: Il Centro