Il crollo del 22 agosto ha contribuito ad isolare un volume di roccia, in condizioni di stabilità precarie, molto più grande.
E’ scritto nella relazione fatta, dopo un sopralluogo, da ricercatori universitari.

Dal Gran Sasso si staccherà un’altra parte di roccia, più grande di quella del 22 agosto. Impossibile, al momento, dire quando avverrà, potrebbe essere tra un mese o un anno, ma l’evento è certo, così come annunciato nel resoconto fatto dalla squadra di geologi, composta da ricercatori dell’università romana ”La Sapienza”, inseme al geologo Mauro Manetta, collaboratore del Parco. Squadra che, venerdì, ha effettuato il sopralluogo sulla parete del Gran Sasso dove si è verificata la recente frana.

«I tecnici – si legge nella relazione – hanno osservato in dettaglio la zona di distacco, a quota circa 2.700 metri, nei pressi del vallone Jannetta, da dove è crollato un blocco di roccia di poco superiore a 20.000 metri cubi, il quale, dopo aver compiuto un salto di circa 1.300 metri lungo il paretone, con una vera e propria esplosione si è frantumato in milioni di pezzi, generando uno spostamento d’aria che ha provocato il decorticamento e la defoliazione degli alberi e dei cespugli in un raggio di 400 metri e sollevato una nuvola di polvere alta circa 300 metri e lunga più di un chilometro. I frammenti di roccia (da piccolissimi a blocchi di vari metri cubi) si sono, poi, incanalati nel Fosso di San Nicola per circa 500 metri. Si ritiene che l’evento del 22 agosto altro non sia che un’ulteriore manifestazione della naturale evoluzione morfologica del paretone a Nord Est del Gran Sasso. Infatti, la roccia che costituisce il massiccio è attraversata da un fitto reticolo di faglie e fratture che si sono formate nel corso di milioni di anni, durante i quali si è avuta l’evoluzione geologica del massiccio, fino a farlo diventare la vetta più alta dell’Appennino. Attualmente, è la forza di gravità che tende, lungo una parete subverticale alta anche 1.500 metri, a far cadere a valle blocchi di roccia di varie dimensioni che, anche a causa di fenomeni quali il crioclastismo (gelo e disgelo dell’acqua presente nelle fratture) e il termoclastismo (variazioni di volume della roccia a seguito delle escursioni termiche) si spaccano e si separano dal resto dell’ammasso roccioso e, quindi, crollano». Nella relazione, però, viene anche evidenziato chiaramente che «il punto essenziale messo in evidenza nel corso di questi rilievi speditivi è che la frana del 22 agosto ha contribuito ad isolare un volume di roccia che, dai primissimi rilievi effettuati e che andranno ripetuti, appare molto più grande di quello crollato. Questo volume di roccia (in realtà si tratta di almeno tre blocchi affiancati ed appoggiati gli uni agli altri) sembra in condizioni di stabilità precarie, ovvero potrà crollare in un lasso di tempo relativamente breve (mesi o anni). Allora, la cosa essenziale da fare nella fase di emergenza è interdire il transito delle persone e dei veicoli alla base della parete (come è stato già fatto con l’ordinanza sindacale) e poi occorrerà un attento studio del fenomeno con opportune indagini ed un monitoraggio ben pianificato, anche a causa delle condizioni logistiche proibitive».

I ricercatori universitari, comunque, hanno ribadito «che le frane sul paretone del Gran Sasso continueranno a ripetersi e che prevedere con esattezza tali eventi non è affatto semplice». Per sgombrare il campo da eccessi di allarmismo, invece, hanno precisato che «Casale San Nicola e l’autostrada non sembrano correre pericoli, ma occorrono studi dettagliati per avere la certezza che le condizioni di rischio per il paese e l’autostrada siano realmente trascurabili».

Fonte: Il Messaggero